Degustazioni di vino a Ravenna e dintorni



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  • Sommelier a domicilio: organizza una degustazione vini a domicilio unica e coinvolgente

    Sommelier a domicilio: organizza una degustazione vini a domicilio unica e coinvolgente

    Cerchi un’esperienza originale da vivere con amici, familiari o colleghi? Una sommelier a domicilio porta il piacere del vino direttamente a casa tua, trasformando una semplice serata in un viaggio tra profumi, territori e sapori.

    Con una degustazione vini a domicilio non dovrai occuparti dell’organizzazione: la selezione dei vini, il racconto delle etichette e la guida durante la degustazione saranno affidati a una professionista. Tu dovrai solo invitare i tuoi ospiti e goderti l’esperienza.

    Cos’è una sommelier a domicilio?

    Una sommelier a domicilio è una professionista specializzata nella degustazione e nella cultura del vino che organizza eventi privati direttamente nella location scelta dal cliente.

    Che si tratti di una casa, un giardino, un ufficio, un hotel o un Airbnb, la degustazione arriva dove vuoi tu, con una selezione di vini provenienti dall’Italia e dal resto del mondo.

    L’obiettivo non è soltanto assaggiare ottime bottiglie, ma imparare a degustarle, conoscerne la storia e scoprire curiosità sui territori di produzione in un’atmosfera rilassata e conviviale.

    sommelier a domicilio ravenna

    Come funziona una degustazione vini a domicilio?

    Organizzare una degustazione vino a casa è molto semplice.

    La sommelier porta tutto il necessario per l’esperienza: una selezione di vini scelta in base ai gusti del gruppo, il materiale per la degustazione e la conduzione dell’evento.

    Durante la serata ogni vino viene presentato con spiegazioni semplici e coinvolgenti, imparando a riconoscere aromi, caratteristiche e abbinamenti gastronomici.

    La degustazione è pensata sia per chi è alle prime esperienze sia per gli appassionati che desiderano approfondire la propria conoscenza del vino.

    Quando scegliere una degustazione vino a casa?

    Una degustazione vino a casa è perfetta per numerose occasioni:

    • aperitivi con amici;
    • cene private;
    • compleanni;
    • anniversari;
    • addii al nubilato e al celibato;
    • feste di laurea;
    • eventi aziendali;
    • team building;
    • occasioni speciali.

    È un’alternativa originale alla classica cena fuori e permette di vivere un’esperienza esclusiva senza spostarsi.

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    Wine Tasting Emilia Romagna: un’esperienza anche in hotel e Airbnb

    Se stai trascorrendo una vacanza sulla Riviera Romagnola, puoi vivere un autentico Wine Tasting dedicato all’Emilia Romagna direttamente nel tuo hotel, nella villa in cui soggiorni o nel tuo Airbnb.

    Una degustazione privata è il modo ideale per scoprire il mondo del vino durante le vacanze, condividendo un momento speciale con amici, famiglia o partner senza lasciare la propria struttura.

    Che tu sia a Ravenna, Rimini, Cesenatico, Cervia, Milano Marittima o nelle colline romagnole, la sommelier raggiunge la tua location con una selezione di vini accuratamente scelta per regalarti un’esperienza memorabile.

    Perché scegliere una sommelier a domicilio?

    Affidarsi a una sommelier a domicilio significa vivere un’esperienza personalizzata, rilassata e completamente su misura.

    Ogni degustazione può essere costruita in base alle preferenze degli ospiti: vini italiani, etichette internazionali, percorsi dedicati a specifici vitigni oppure degustazioni tematiche con abbinamenti gastronomici.

    Non serve essere esperti: l’obiettivo è rendere il vino accessibile, divertente e coinvolgente, creando un momento di condivisione che tutti possano apprezzare.

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    Prenota la tua degustazione vini a domicilio

    Se desideri organizzare una degustazione vini a domicilio in Romagna o vivere un’esperienza di Wine Tasting dedicato all’Emilia Romagna durante la tua vacanza, contattami subito!

  • Gli inglesi fanno il vino?

    Gli inglesi fanno il vino?

    Cosa vi viene in mente se vi dico Bacchus? Probabilmente la divinità romana più cool di tutte: il dio del vino, del piacere dei sensi e della festa. Ma durante una recente gita a Londra ho scoperto che Bacchus è anche il nome del vitigno simbolo del vino inglese.

    Perché sì, gli inglesi fanno il vino. E lo fanno anche molto bene. Lo so, può sembrare strano se pensiamo a un Paese che nell’immaginario collettivo vive di birra, pub, fish & chips e tè delle cinque. Eppure la storia della viticoltura inglese è molto più antica di quanto si possa immaginare.

    Per tornare al nostro amico Bacco, furono proprio i Romani a introdurre la vite in Britannia quasi duemila anni fa, piantando i primi vigneti durante l’occupazione dell’isola. Dopo la loro partenza la produzione continuò, soprattutto grazie ai monasteri medievali, ma il clima fresco e piovoso rese sempre difficile ottenere vini di qualità costante. Inoltre, per secoli risultò più conveniente importare vino dalla Francia e da altri Paesi europei piuttosto che produrlo localmente. Così la viticoltura inglese rimase un’attività di nicchia, quasi una curiosità.

    Negli ultimi trent’anni, però, qualcosa è cambiato. Il riscaldamento delle temperature medie, insieme a una migliore conoscenza dei terreni e a importanti investimenti nel settore, ha trasformato il panorama vitivinicolo del Paese. Oggi il sud dell’Inghilterra, in particolare le contee di Kent, Sussex e Hampshire, presenta terreni gessosi molto simili a quelli della regione francese della Champagne. Questo, unito a estati leggermente più calde e stagioni vegetative più lunghe, ha creato condizioni ideali per la produzione di spumanti metodo classico.

    Ed è proprio sugli spumanti che l’Inghilterra si è costruita una reputazione internazionale. Le varietà più coltivate sono infatti Chardonnay e Pinot Noir, le stesse utilizzate in Champagne. Oggi il settore è in piena espansione: il numero delle cantine cresce ogni anno e la superficie vitata è aumentata rapidamente, attirando anche investimenti da parte di importanti produttori esteri.

    Vino Bacchus Londra
    Vino Bacchus assaggiato alla London Cru Winery – Londra 2026

    Ma questo Bacchus? Finalmente ci arriviamo. Il Bacchus è un vitigno aromatico ottenuto in Germania negli anni Trenta dall’incrocio tra Silvaner, Riesling e Müller-Thurgau. In patria non ha mai riscosso un grande successo, mentre in Inghilterra ha trovato la sua dimensione ideale. Grazie al clima fresco riesce a sviluppare un profilo aromatico esplosivo, con note di sambuco, agrumi, frutta tropicale ed erbe aromatiche, mantenendo sempre una splendida acidità. Non a caso è diventato il quarto vitigno più coltivato del Paese e rappresenta il punto di riferimento per i vini bianchi fermi inglesi.

    Io l’ho assaggiato e posso dirvi solo una cosa: che goduria. Fresco, profumato, super bevibile e con una personalità tutta sua. Insomma, se pensavate che dall’Inghilterra potessero arrivare solo birra e gin, forse è arrivato il momento di fare spazio anche a un buon calice di Bacchus.

    Se anche tu vuoi sperimentare nuovi uvaggi, prenota una mia degustazione di vini a domicilio a Ravenna.

  • Cosa sono i PIWI?

    Cosa sono i PIWI?

    Quanti di voi hanno sentito parlare di PIWI e si sono chiesti: ma cosa sono?

    PIWI e’ una sigla tedesca che sta per “pilzwiderstandsfähig” ovvero resistenti ai funghi.

    In pratica, questi vitigni nascono in laboratorio dall’incrocio tra la Vitis vinifera europea e specie americane o asiatiche più toste. L’obiettivo? Da una parte ridurre l’utilizzo di pesticidi e altri trattamenti invasivi per una agricoltura sempre più sostenibile, dall’altra quella di poter produrre vino in zone del mondo o troppo calde o troppo fredde per farlo.

    E ovviamente, quando c’è da sperimentare, l’America non sta a guardare. Il mio primo PIWI l’ho assaggiato proprio in Vermont. Lì niente vitigni tradizionali, ma ibridi resistenti al freddo come il Marquette (una specie di cugino coraggioso del Pinot Nero). E realtà come Shelburne Vineyard li coltivano già dal 1998.

    Cosa sono i PIWI
    MarquetteShelburne Vineyard, agosto 2025

    In Italia i PIWI sono passati dall’essere un prodotto di scarsa qualità e “fuorilegge” a simbolo di innovazione e sostenibilità e sono un fenomeno in aumento, soprattutto in Trentino-Alto Adige, Veneto e Friuli con nomi esotici come Solaris, Bronner, Johanniter, Souvignier Gris e Cabernet Cortis.

    Ma quindi… questi vini PIWI sono meglio o peggio dei vini tradizionali? Bella domanda. Se ti è venuta voglia di scoprirlo, chiamami per una degustazione di vino a domicilia a Ravenna!

  • I Vini del Nuovo Mondo – cosa sono e dove trovarli

    I Vini del Nuovo Mondo – cosa sono e dove trovarli

    Ma poi, cosa sono questi vini del Nuovo Mondo?

    Vi ricordate Cristina D’Avena che cantava “Cristoforo Colombo, l’uomo del Nuovo Mondo”?

    Ecco, io me la canticchio sempre prima di spiegare ai miei commensali cosa intendiamo quando parliamo di Vini del Nuovo Mondo, che di lì a poco si apprestano a bere con me.

    Con questa espressione indichiamo i vini prodotti in paesi come California, Nuova Zelanda, Cile, Argentina, Brasile e via dicendo.

    Ma come ci è arrivato il vino in questi paesi “esotici”?

    Proprio grazie a persone come il nostro Cristoforo Colombo: i colonizzatori che, a partire dal 1492, portarono con sé le prime Vitis vinifera.

    All’inizio, però, il vino veniva utilizzato soprattutto per le messe. È solo verso la fine dell’Ottocento, con le grandi migrazioni dall’Europa, che arrivano nuovi vitigni e — soprattutto — tecniche di vinificazione più moderne.

    “Fast forward”: oggi alcuni di questi paesi del Nuovo Mondo sono diventati veri giganti del vino, capaci di competere (e spesso sorprendere) anche i più blasonati produttori europei. Basti pensare al Sauvignon Blanc, simbolo
    , simbolo della Nuova Zelanda, allo Zinfandel californiano o al Carmenère cileno: vini che raccontano un Nuovo Mondo fatto di carattere, identità e libertà espressiva nel calice.

    Qui in Italia non e’ facilissimo trovare vini del Nuovo Mondo, sopratutto fuori dalla grandi citta’. Per questo cerco di farli conoscere con le mie degustazioni ed eventi a Ravenna e dintorni.

    Se anche tu sei interessato a conoscere i vini del Nuovo Mondo chiamami per una degustazione a domicilio, a casa tua, nel tuo locale o nel tuo ufficio!

    O seguimi su Instagram per scoprire i miei prossimi eventi!

  • I vini dell’Emilia Romagna, tra tradizione e vitigni ritrovati

    I vini dell’Emilia Romagna, tra tradizione e vitigni ritrovati

    L’Emilia Romagna è una delle regioni italiane più ricche dal punto di vista culinario ed enologico.

    Avrete sicuramente sentito parlare di Parmigiano Reggiano, aceto balsamico, lasagne alla bolognese, piadina e, naturalmente, vino Sangiovese.

    Quello che non tutti sanno, però, è che l’Emilia Romagna è tecnicamente una sola regione, ma in termini di cibo e tradizioni è in realtà divisa in due. E non stupitevi se sentirete parlare di rivalità amichevoli tra città che distano solo 10 km l’una dall’altra.

    La Romagna, a sud, è famosa per le sue spiagge, la vita notturna e i mosaici di Ravenna, ma soprattutto per il suo re: il Sangiovese di Romagna. La prima volta che troviamo il nome “Sangiovese” è in un atto del 1672 conservato nell’archivio di Stato della città di Faenza. Il Sangiovese è un vino camaleontico. Può variare da molto facile da bere e semplice a molto complesso e sapido. Il suo profilo aromatico di ciliegia, cuoio e violetta e la sua struttura tannica lo rendono il compagno perfetto per formaggi stagionati e carni rosse.

    Oltre ai più noti Albana, Trebbiano e Pagadebit (vedi il mio ultimo post sul blog a riguardo), la regione sta riscoprendo i suoi vitigni autoctoni dimenticati, che dopo la fillossera sono stati messi da parte per “ricostruire” varietà più redditizie, come il Sangiovese: parliamo del Famoso, il Centesimino e il Burson. Quest’ultimo vitigno e’ stato ritrovato nel 1913 nei boschi di Bagnacavallo dalla famiglia Longanesi che oggi guida un consorzio che ne tutela la produzione, mantenendo viva la tradizione di un vino rustico, intenso e di grande carattere.

    Ho recentemente partecipato a una degustazione verticale di Burson presso l’azienda agricola Randi, dove ho assaggiato 5 annate, dal 2019 al 2006.
    La storia del Burson inizia nel 1913, quando fu stato scoperto in un bosco vicino alla città di Bagnacavallo durante una battuta di caccia da Antonio Longanesi. La vite abbracciava letteralmente una quercia e Longanesi decise di iniziare a produrci vino per la sua famiglia. Ora la produzione del Burson è controllata da un consorzio, fondato e guidato da Daniele Longanesi (quarta generazione), per aiutare a promuovere e proteggere questo vitigno riscoperto che produce vini molto rustici e tannici, fino a 15/16 gradi.

    Se vuoi scoprire di più sui vini dell’Emilia Romagna, dai più celebri ai più rari, esplora le mie esperienze enologiche a Ravenna e dintorni.

    Puoi anche unirti al nostro tour enogastronomico in Emilia Romagna di settembre 2026, un viaggio di 7 giorni alla scoperta delle bellezze e dei sapori autentici della regione insieme a me e alla sommelier Elisa Borelli di Balsamico Italian Kitchen, San Diego!

    Vini dell'Emilia Romagna - Burson

    [foto scattata durante la verticale di Burson presso l’azienda Randi di Fusignano, RA]

  • Vitigni insoliti d’Italia: le mie ultime scoperte

    Vitigni insoliti d’Italia: le mie ultime scoperte

    L’Italia conta più di 400 varietà di vitigni. Siamo abituati a sentire parlare di Nebbiolo, Sangiovese o Primitivo, Malvasia e Vermentino, ma ogni regione nasconde tesori ancora poco conosciuti.

    Sono nata e cresciuta in Italia e ogni volta che ci torno mi imbatto in vini nuovi. Ecco alcune delle mie ultime scoperte, dal Trentino Alto Adige alla Puglia:

    Lagrein: questo vitigno a bacca rossa è coltivato nella regione del Trentino Alto Adige, nei dintorni della città di Bolzano. È imparentato con il Syrah e deriva da un incrocio naturale tra il Teroldego e un altro vitigno autoctono della zona.

    [foto scattata durante la visita guidata alla Tenuta Alois Lageder]

    Ansonica: ho scoperto questo vitigno mentre cenavo su una splendida terrazza all’Isola d’Elba. Ho chiesto al cameriere del ristorante Koala un vino da abbinare al mio piatto di pesce e lui mi ha offerto questa bottiglia di Ansonica dell’Elba.

    L’Ansonica è un vitigno bianco che cresce sia all’Isola d’Elba che su un’altra isola italiana: la Sicilia. Qui prende il nome di Inzolia. È curioso che la prima volta che ho bevuto un vino prodotto con uve Inzolia non fossi in Sicilia, bensì nella Valle di Guadalupe, in Messico, dove questo vino è prodotto dal siciliano Paolo Paoloni nella sua tenuta Montefiori.

    L’uva Ansonica/Inzolia ha una bassa acidità, un corpo discreto e aromi di fiori bianchi e frutti tropicali.

    Bombino bianco: ho scoperto questo vino durante un evento a Rimini. Il nome della DOC è molto divertente: Romagna Pagadebit (paga debiti). Infatti, quest’uva è così prolifica che in passato veniva utilizzata per pagare i debiti. Questo vino è molto semplice, simile a un vino da tavola. Ha un’acidità vivace e un profilo aromatico verde.

    L’Emilia Romagna ha decine di vitigni e stili di vino. Se siete interessati a saperne di più su una delle regioni culinarie più ricche d’Italia, non perdetevi la nostra “Emilia Romagna Food and Wine Masterclass” del 20 luglio promossa insieme ai nostri amici di Balsamico Italian Kitchen a San Diego.

    Susumaniello: vitigno autoctono rosso della provincia di Brindisi, in Puglia. Il Susumaniello produce vini corposi e ad alta gradazione alcolica, con tannini strutturati e intensi aromi fruttati. In passato era utilizzato solo per i blend. Ora i produttori lo hanno riscoperto e hanno iniziato a produrre vini rossi e rosati monovitigno.

    Ho assaggiato il mio primo rosato Susumaniello alla degustazione del Gambero Rosso a Los Angeles lo scorso anno e questo vino, un 2022 prodotto dalla centenaria azienda familiare Varvaglione, ha ricevuto i Tre Bicchieri nella Guida ai Vini Italiani Gambero Rosso 2024. Questo vino è molto piacevole con note floreali e di melograno. Non vedo l’ora di tornare in Sicilia per assaggiarlo sul posto!

    [foto scattata al Gambero Rosso a Los Angeles nel 2022]

    Se vuoi conoscere meglio questi vitigni e degustarli in un contesto accogliente e autentico, partecipa ai nostri eventi gastronomici a Ravenna. Scopri di più su sipwithcarlotta.com.

  • Vino messicano: una degustazione da non perdere

    Vino messicano: una degustazione da non perdere

    Il vino messicano sta diventando molto popolare, soprattutto negli Stati Uniti e in California, ma pochi sanno che dietro questa rinascita c’è anche un tocco italiano.

    Dalla Valle de Guadalupe alla Baja California, nomi come Angelo Cetto, Camillo Magoni e Paolo Paoloni hanno portato il saper fare italiano nel cuore del Messico.

    Il risultato? Vini ricchi, intensi e solari, con profumi di frutta matura e un carattere che conquista al primo sorso.

    Qual è quindi la storia del vino messicano e come è collegata all’Italia?

    Il Messico, come tutti i paesi del Nuovo Mondo, ha scoperto l’uva durante il periodo della colonizzazione, a partire dal 1520. Le varietà spagnole furono introdotte nel paese dai conquistadores e successivamente dai missionari.

    Ma oggi il paese è un crogiolo di altre varietà di uva europee, come quelle francesi e italiane, importate principalmente dagli immigrati. In realtà, è solo all’inizio del 1900 che iniziamo a vedere i primi segni della moderna produzione vinicola. Soprattutto nella Valle di Guadalupe, che rappresenta l’85% dell’intera produzione vinicola messicana.

    Tra i primi ad aprire una cantina vi fu l’immigrato italiano Angelo Cetto nel 1926, che oggi è responsabile della metà della produzione vinicola totale del Paese con la sua cantina L.A. Cetto. Fu seguito da un altro italiano, Camillo Magoni, che nel 1965 iniziò a collaborare con L.A. Cetto per coltivare il Nebbiolo in Baja e che ora ha anche una sua cantina, la famosa Casa Magoni.

    Un altro italiano che ora è una star in Valle di Guadalupe è Paolo Paoloni con la sua Villa Montefiori da 38 ettari che comprende vigneti, una sala degustazione e un hotel dagli anni ’90.

    Sì, perché se nel 2006 c’erano meno di 25 cantine in Messico, oggi il numero supera le 150. E se si contano gli hotel e i ristoranti si arriva a 400 strutture.

    Ma che sapore ha il vino messicano, soprattutto se paragonato a quello italiano?

    Abbiamo recentemente organizzato un evento in collaborazione con Vino Migrante e All About Baja Wines a San Diego per confrontare le varietà italiane con le stesse varietà messicane.

    [Insieme a Veronica Carrillo di All About Baja Wines]

    In generale, il clima in Messico è più caldo perché più vicino ai tropici. È comunque possibile coltivare l’uva perché il clima è secco, ma il risultato è un frutto molto maturo e zuccherino che produce un vino corposo e con una gradazione alcolica più elevata. 

    Prendiamo ad esempio uno Chardonnay. È un’uva molto adattabile, il che significa che può crescere sia in un clima fresco che in uno caldo. Ma il profilo aromatico sarà diverso. Durante l’evento abbiamo degustato il Wegerhof Leite Chardonnay DOC e il Cava Maciel Venus Blanco. Il primo, proveniente dal Trentino Alto Adige, ha un’acidità brillante e note agrumate, mentre lo Chardonnay messicano è più corposo e sviluppa aromi più tropicali.

    Anche le tecniche di vinificazione sono diverse nei due paesi. I viticoltori italiani preferiscono vini più puliti e freschi, con un minore utilizzo di rovere in cantina. Durante l’evento abbiamo confrontato l’Alpi Retiche Nebbiolo IGT con il Nebbiolo di Zanzonico Wines. Il primo Nebbiolo lombardo è molto leggero al palato, con note di frutti rossi freschi ed erbe aromatiche. Le uve sono state infatti fermentate in serbatoi di acciaio inossidabile e poi invecchiate sia in cemento che in grandi botti neutre. Il Nebbiolo di Zanzonico è sicuramente un vino più corposo e, poiché è stato invecchiato per 24 mesi in botti di rovere nuove, si percepiscono tutti quegli aromi di vaniglia e bruciato che in qualche modo sovrastano il frutto e ne attenuano l’acidità.

    Il vino in Messico è sicuramente un settore più giovane rispetto all’Italia, ma negli ultimi 10 anni ha fatto molti progressi! Ecco perché sta diventando una destinazione enoturistica molto popolare.

    Bravi!

    Se volete saperne di più sulle degustazioni di vino in Messico, scrivetemi un’e-mail all’indirizzo sipwithcarlotta@gmail.com. Stiamo anche promuovendo un tour enologico pubblico in collaborazione con Vino Migrante il 2 marzo 2025: https://www.eventbrite.com/e/1225537117509

  • Il Carménère è vivo!

    Il Carménère è vivo!

    Non riesco a immaginare l’espressione dei cileni quando, dopo aver chiamato per anni e anni “Merlot” quello che in realtà era uva Carménère, hanno finalmente scoperto di essersi sbagliati per tutto questo tempo!

    Si può dire che la storia del Carménère in Cile sia inizita con un errore. Oggi però è diventato un simbolo di rinascita e orgoglio nazionale e conquista chiunque ami i rossi complessi ma equilibrati.

    Portato dai viticoltori europei che emigrarono in Cile intorno al 1850, il Carménère fu piantato accanto alle piante di Merlot e Cabernet. Per qualche motivo, è stato confuso con questi due vitigni fino al 1994, quando un viticoltore francese, dopo alcuni test del DNA, ha rivelato la verità al mondo!

    Ma cos’è il Carménère? Conosciuto anche come “Grand Vidour”, è stato piantato per la prima volta in Francia, ma si è estinto dopo l’epidemia di fillossera del XIX secolo. Il nome deriva da “carmine”, un tipo di rosso.

    Si tratta infatti di un vitigno a bacca rossa, con aromi di lampone e prugna, peperone, paprika e vaniglia nella sua versione invecchiata in rovere.

    È un vino di medio corpo, normalmente fresco e fruttato quando è giovane, con acidità, tannini e alcol moderati. Con il Cabernet condivide le sue note verdi, speziate e pepate. Con il Merlot le note di frutta rossa. Il Carménère può anche diventare molto terroso e corposo con l’invecchiamento.

    Il Carménère rappresenta il 10% della produzione vinicola cilena e l’85% del Carménère mondiale proviene dal Cile. Una curiosità è che il secondo paese produttore di questo vitigno è la Cina, dove viene chiamato “Cabernet Gernischt”.

    Quando sono stata in Cile nel 2023, ho avuto la possibilità di visitare le due principali regioni vinicole dove viene coltivato il Carménère: la Valle di Colchagua e la Valle di Maipo. In generale, i vini della Valle di Calchagua sono più verdi e con più note speziate grazie all’altitudine, mentre quelli di Maipo sono più fruttati.

    A Maipo ho visitato una delle cantine più antiche del paese, Viña Santa Rita, e dopo un breve giro in carrozza tra i vigneti siamo arrivati alla targa che segna il luogo in cui è stato riscoperto il Carménère.

    Ho poi degustato 4 diversi tipi di Carménère cileno, per lo più provenienti dalle loro collezioni premium (tra cui il loro Pewën di prima qualità).

    Personalmente ritengo che, dal punto di vista enologico, il Cile sia un Paese incompreso. Il Paese è il quarto esportatore mondiale di vino, ma ciò che esporta non è sicuramente il meglio che ha da offrire.

    Se siete interessati a sapere dove trovare i migliori vini del Cile e quali sono i luoghi da evitare, scrivetemi un’e-mail: sipwithcarlotta@gmail.com

    Salud!

    [Tutte le foto sono state scattate durante il mio tour del Carménère alla Viña Santa Rita nel settembre 2023. Per ulteriori informazioni sul tour: https://santaritaonline.com/tour/carmenere/]

  • Tappo a vite, amarlo o non amarlo

    Tappo a vite, amarlo o non amarlo

    Sono stata recentemente in Nuova Zelanda, dove il 90% delle bottiglie di vino è sigillato con tappi a vite. Non solo nei supermercati o nei bar economici, ma anche nelle cantine di alto livello e nei ristoranti di lusso. Così, durante il mio soggiorno, ho iniziato a fare domande in giro e ho anche letto alcuni articoli su Internet a riguardo.

    I tappi a vite sono un bene o un male per il vino?

    Quel che è certo è che i tappi a vite sono più sostenibili, più economici, più facili da aprire e richiudere e prevengono anche alcuni difetti del vino come il sapore di tappo (una sorta di malattia che colpisce i tappi e causa cattivi aromi nel vino). Non è un caso che sempre più produttori, anche in Italia, stiano iniziando a considerarli una valida alternativa.

    I pionieri del movimento dei tappi a vite sono stati gli australiani nel 2000, quando un gruppo di produttori di vino della Claire Valley ha deciso di imbottigliare tutta la loro produzione di Riesling esclusivamente con tappi a vite. Un anno dopo, un gruppo di viticoltori neozelandesi ha seguito il loro esempio, fondando la New Zealand Screwcap Wine Seal Initiative.

    Dopo studi scientifici e degustazioni alla cieca, ci si è resi conto che i vini con tappo a vite non solo avevano lo stesso sapore di quelli sigillati con tappi di sughero, ma nella maggior parte dei casi era più fresco, consistente e privo di difetti.

    La preoccupazione principale riguardo ai tappi a vite è sempre stata la maturazione, ovvero il periodo di tempo in cui il vino matura e cambia nella bottiglia per sviluppare nuovi aromi e ammorbidirsi.

    Secondo i sostenitori del tappo in sughero, quest’ultimo è migliore perché permette al vino di “respirare”, ovvero fa entrare ossigeno nella bottiglia, necessario per una migliore maturazione e per ottenere il profilo aromatico desiderato. Secondo i sostenitori del tappo a vite, invece, l’ossigeno non è necessario per una buona maturazione del vino, ma piuttosto la sua assenza. La chiusura sembrerebbe aiutare il vino a rimanere stabile e fresco per anni.

    Sicuramente, le industrie vinicole giovani come quelle della Nuova Zelanda o dell’Australia stanno aprendo la strada a questo trend. Sembra che gli Stati Uniti e l’Europa siano ancora un po’ scettici, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto estetico e l’impatto che avrà, ad esempio, sul servizio nei ristoranti.

    Ma ci sono segnali positivi. Secondo i ricercatori, almeno il 30% del vino nel mondo è ormai sigillato con tappi a vite e vedremo questa tendenza crescere sempre di più in futuro. Forse è ora di liberarci dal pregiudizio che il tappo a vite sia solo “da vino economico” e iniziare a guardarlo come simbolo di innovazione e rispetto per l’ambiente.

    Se vuoi saperne di più o vivere un’esperienza di degustazione autentica a Ravenna e dintorni con vini della Nuova Zelanda, visita sipwithcarlotta.com e scopri i nostri eventi enogastronomici.

    [Foto scattata da Ata Rangi a Martinborough, in Nuova Zelanda, durante la mia esperienza di degustazione di Pinot Nero]